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Il blog della Sinistra Giovanile Sezione di Piedimonte Matese

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 Luogo di incontro, di informazione, di intrattenimento e di partecipazione per gli iscritti, i simpatizzanti e i semplici curiosi della Sinistra Giovanile Sezione di Piedimonte Matese
08.07.2007
"La riforma Dini non basta più, se non si rimette mano al sistema i giovani di oggi non prenderanno la pensione". Fassino: "Non è uno scandalo lasciare il lavoro a 60 anni"

ROMA - Ma non è che sulle pensioni cade il governo? "Mi auguro di no. Credo che una crisi non la voglia nessuno, neppure Bertinotti", assicura Piero Fassino, segretario dei Ds. "Ma è chiaro che questo comporta che ciascuno faccia uno sforzo per arrivare ad un accordo".

Neanche il presidente della Camera, la vuole. Però ammette che il rischio esiste. Lei no?
"Dobbiamo sapere che i problemi hanno una loro verità e con i problemi bisogna fare i conti anche quando sono difficili e implicano scelte complesse".

Ma il rischio c'è o no?
"Il rischio esiste, ma io penso che una intesa sia possibile. Nessuno può oggi caricarsi sulle spalle la responsabilità di non fare la riforma delle pensioni e al tempo stesso aprire una crisi politica dagli esiti imprevedibili".

Però si assiste a una diatriba infinita tra riformisti e sinistra radicale: non ci potevate pensare prima, stendendo il programma, che questa storia della previdenza era incandescente?
"Guardi che nel programma non c'è scritto solo che si deve superare lo scalone ma anche che bisogna guadare alle dinamiche demografiche che impongono un riassetto del sistema previdenziale, incluso livello e modalità dell'età pensionabile. Noi non vogliamo punire nessuno bensì uscire da una situazione in cui ogni due anni si riparla di pensioni

Riconoscerà che lo scontro si è un tantino radicalizzato...
"Già. Ma resto convinto che le condizioni per un accordo ci sono. Ci sarà pure una ragione per cui negli ultimi 20 anni tutti i paesi industriali hanno messo mani alla previdenza. Bene, la ragione sta nella curva demografica e nelle dinamiche del mercato del lavoro".

Anche l'Italia l'ha fatto...
"Si, solo che ora la riforma Dini non basta più a garantire l'equilibrio finanziario. Se non ci si rimette mano c'è il rischio che lavoratori in carne ed ossa quella pensione non la prendano mai. E che non la prende chi comincia a lavorare adesso".

E tuttavia alcuni senatori, a suo tempo imbarcati, ora minacciano di votare contro. Che vi aspettavate?
"Se un senatore vota a favore o contro dovrebbe deciderlo solo ad accordo raggiunto. E' opinabile annunciare voti così. Meglio aspettare che il governo faccia la sua proposta".

Riformisti, sinistra radicale e ora pure "pentiti", se così si può dire. Guardando al Partito democratico: non doveva parlare una sola voce?
"Il Pd vuole essere il partito dei riformisti, non di tutto il centrosinistra. Non abbiamo mai preteso di rappresentare Rifondazione e neppure Mastella".

Secondo lei, che effetto fanno sull'elettorato tutti questi annunci su scalone, scalini, finestre?
"Creano certamente sconcerto, ma l'elettorato è fatto di italiani che hanno buon senso. Poiché le aspettative di vita superano gli 80 anni, risulta evidente alla maggioranza dei cittadini che non è uno scandalo andare in pensione a 60: quasi tutti a quell'età sono vitali".
Sicuro?
"Il 50% di quelli che hanno diritto ad andare in pensione a 57 anni continua a lavorare fino a 60. Diciamo che c'è una tendenza naturale. Tanto più che adesso si entra nel mondo del lavoro più tardi per cui alla fine il saldo degli anni lavorati è sempre lo stesso".

Secondo Bertinotti c'è un lavoro più usurante: quello degli operai.
"La sua distinzione tra operai e impiegati è ideologica e insostenibile. Ci riporta indietro di trent'anni. E in questi trent'anni abbiamo lavorato proprio per superare la visione manichea secondo cui l'operaio è buono e l'impiegato è meno buono".

Per lei, quali sono i lavori usuranti? Gli operai di Bertinotti o anche le badanti, gli infermieri, i camionisti...
"E' possibile individuare i lavori usuranti affidandosi alle normative contrattuali che già segnalano i lavori onerosi. Ma un conto è riconoscere la fatica e lo stress, un altro è dare una lettura manichea dei problemi che non convince".

Sta di fatto che Rifondazione guarda agli operai e giudica socialmente intollerabile alzare l'età pensionale e i riformisti vogliono scalini e incentivi. Allora, che mediazione si può fare?
"Intanto agli operai guardo anch'io. Ma la proposta deve avanzarla il governo e dunque non mi arrogo questo diritto".

Avrà un'idea, però...
"Penso che lo scalone si possa superare con scalini più graduali, oppure adottando il metodo delle quote fondato sull'incrocio tra anni contributivi ed età. Infine, che bisogna ricorrere anche ad incentivi. E' illusorio invece puntare solo a questi ultimi. Ma ripeto: tocca al governo pronunciarsi".

A questo proposito: avete stilato un dodecalogo in cui si diceva che era Prodi a decidere. Poi siete tornati indietro. Ora tocca di nuovo al premier. Non le sembra una situazione confusa?
"No, le cose sono chiare. C'è un ministro, cioè Damiano che da mesi lavora d'intesa con Prodi e Padoa-Schioppa. Adesso sarà il premier a fare la sintesi".

Chiare? Si vedono liti, scontri, strappi. Non c'è il rischio di una crisi di immagine anche all'estero? Già fioccano i rimproveri delle istituzioni internazionali.
"Su questo, c'è la responsabilità di tutti, della politica come del sistema mediatico. Ricordo in ogni caso che in un anno abbiamo risanato i conti pubblici".

Se la prende con i giornalisti?
"No, ma le faccio un esempio: sono settimane che si parla solo di scalone, che si guarda solo all'albero e non alla foresta".

La foresta sarebbe?
"Che il governo ha già stanziato 2,5 miliardi per aumentare le pensioni più basse e rende più sicure quelle dei precari, finanziare gli ammortizzatori sociali e sostenere la competitività. Ebbene, questa notizia è, per così dire, archiviata. Viviamo in un tempo in cui ci si occupa solo dell'uomo che morde il cane. Il contrario, è troppo normale e quindi non se ne parla".

Come dovrebbe porsi il Pd del domani sul tema pensioni?
"Proprio come ci stiamo ponendo nel dibattito in corso. Vogliamo un meccanismo equo e giusto e pensioni dignitose".

scritto da Sinistra Giovanile alle ore 08:58 trackback (0) commenta    leggi commenti (1)
07.07.2007
Spostamento riunione e banchetto raccolta firme
La riunione di oggi delle 16 è spostata alla settimana prossima.
L'appuntamento per oggi è però dalle 18 alle 22 in Piazza Carmine con il banchetto di raccolta firme per il referendum per la legge elettorale.
Durante la raccolta sarà distribuito il giornale da noi redatto.
Siate numerosi!
scritto da Sinistra Giovanile alle ore 06:54 trackback (0) commenta    leggi commenti (0)
04.07.2007
Il 3 luglio al Botteghino conferenza stampa di presentazione festa nazionale Sinistra giovanile

Il 3 luglio alle ore 11 presso la Direzione nazionale dei Ds in via Nazionale, nella sala Willy Brandt, si terrà la conferenza stampa di presentazione della Festa nazionale della Sinistra giovanile, che aprirà i battenti a Livorno il prossimo 5 luglio per durare fino al 22.
Alla conferenza hanno preso parte il responsabile Organizzazione della segreteria nazionale dei Ds Andrea Orlando, il segretario nazionale della Sinistra giovanile Fausto Raciti e la coordinatrice della segreteria nazionale dei giovani Ds Sara Battisti.
Saranno tre settimane intense afferma Fausto Raciti , piene di politica, in cui la nostra organizzazione si misurerà nella sfida della costruzione del Partito democratico.
Molti e significativi gli appuntamenti politici previsti alla Festa nazionale dellorganizzazione giovanile dei Ds.
Tra gli altri, saranno presenti il 17 luglio il segretario nazionale della Quercia Piero Fassino e, nello stesso giorno, il presidente di Libera don Luigi Ciotti, il 13 luglio il ministro delle Politiche giovanili Giovanna Melandri, il 20 luglio il ministro del Lavoro Cesare Damiano, il 19 luglio il ministro della Famiglia Rosy Bindi e il 18 luglio il presidente della Regione Piemonte Mercedes Presso.

Con questi e molti altri ospiti conclude Raciti proveremo ad affrontare i temi che ci stanno più a cuore e che vogliamo siano presenti nel processo di costruzione del nuovo soggetto politico dei riformisti, primo fra tutti la laicità, e poi la lotta alla precarietà, il sapere, la giustizia sociale, le pari opportunità e non ultimo quale sarà la forma organizzativa che il Partito democratico intende darsi e la cittadinanza che vi avranno le generazioni più giovani.

scritto da Sinistra Giovanile alle ore 16:33 trackback (0) commenta    leggi commenti (5)
04.07.2007
Veltroni e il comunista
 La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente - mi pare - nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza.
Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».
Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.
Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale».
È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco.
E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?
È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una elites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico.
Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.

Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere.
Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.
scritto da Sinistra Giovanile alle ore 16:27 trackback (0) commenta    leggi commenti (1)
04.07.2007
Bicentenario della nascita di Garibaldi. Lo Stato ricorda al Senato lEroe dei due mondi

A 200 anni dalla nascita le massime autorità dello Stato celebrano a palazzo Madama la figura di Giuseppe Garibaldi, un «rivoluzionario disciplinato» come lo ha definito il presidente del Senato Franco Marini nel suo intervento in aula accanto al presidente della Camera Fausto Bertinotti e alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e a diversi rappresentanti del governo, fra i quali il vice premier Francesco Rutelli, il ministro della Difesa Arturo Parisi il ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti. La definizione di «rivoluzionario disciplinato», ha detto dice Marini, «mi sembra efficace» perchè riassume il suo «movimentismo, la sua fede nell'azione, nel fare, con il suo radicato senso delle istituzioni: lui, repubblicano, che consegna l'Italia meridionale al Re Vittorio Emanuele II. Lui, che pronuncia il celebre 'obbedisco', frenando il suo impeto per la liberazione di Roma prima del tempo».
Marini ha sottolineato come l'Eroe dei due mondi rimanga molto amato nell'immaginario e nel sentimento popolare, «e meno in quello di talune elités colte e intellettuali. Eppure ritengo che il suo carattere vitale e vulcanico rimanga iscritto profondamente nel nostro carattere nazionale». Garibaldi fu, al tempo stesso, animato «da uno spirito pragmatico e duttile. Non si fermava mai di fronte alle sconfitte. Piuttosto ne faceva tesoro per cercare il modo di vincere». «E ritengo - ha proseguito la seconda carica dello Stato - che la sua figura e il suo impegno dovrebbero essere riletti, senza pregiudizi ideologici, senza occhiali interessati a parziali verità storiche.
Comprendere a fondo Garibaldi vuol dire, infatti, comprendere e amare il nostro straordinario e multiformePaese, le nostre tante identità locali di Paese non centralista, le nostre diversità culturali, le nostre tradizioni». «Auspico vivamente che l'occasione di questo Bicentenario, che ha già stimolato nuove letture e riflessioni, possa impegnare i nostri giovani a capire questo grandioso personaggio - ha concluso Marini - nella sua italiana intelligenza e semplicità, nella sua passione al servizio di una Repubblica democratica da costruire, che lui immaginava e mai vide compiersi».

Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha reso omaggio a Giuseppe Garibaldi, restituendo il busto a lui dedicato nel luogo solenne del Salone Italia di Palazzo Madama e ha detto che la sua figura «del passato storico è espressione di idealità ancora vive della democrazia italiana».
E' ancora attuale oggi Garibaldi? «Altrimenti non saremmo qui. A rendere omaggio non tanto ad una figura del passato storico ma a una espressione - ha detto Napolitano - di idealità ancora vive della democrazia italiana, come ha detto benissimo il senatore Zanone nell'aula del Senato. Sono molto contento di questa cerimonia e della restituzione del busto di Garibaldi al luogo più solenne del Senato».

scritto da Sinistra Giovanile alle ore 16:09 trackback (0) commenta    leggi commenti (19)
04.07.2007
Addio Gayleft, viva Gaydem
Articolo di Andrea Benedino e Anna Paola Concia, portavoce nazionali di Gayleft e membri del Comitato politico Ds, da "L'Unità"
4 luglio 2007

Eccoci, tutte e tutti, esercito di democratici ad affrontare una prova davvero speciale, quella di dare vita ad un partito nuovo, ad una nuova prospettiva per la politica italiana, ad un sogno nuovo, perché no? La candidatura di Veltroni ci dà una mano, e la dà soprattutto a chi, come noi, pensa che la politica sia fatta molto di piccoli gesti quotidiani, di una costruzione paziente di terreni comuni dove sperimentare lo stare insieme tra persone diverse, e che proprio quella diversità sia la ricchezza per «fare» un mondo nuovo.
L'unica ricchezza. Noi, in questi anni, come Gayleft, tutti insieme, in tante città italiane, da Torino a Siracusa, da Trieste a Napoli, da Milano a Roma, da Verbania ad Avellino, da Bologna a Bari, abbiamo lavorato per cambiare la cultura politica dei Ds rispetto ai diritti civili, da non contrapporre ai diritti sociali, anzi, da tenere insieme, legare. Lo abbiamo fatto convinti che i diritti degli omosessuali siano innanzitutto diritti umani, e perché una società se vuole essere davvero civile deve fare i conti con questi diritti negati.
Lo deve fare. Perché i diritti umani SONO una priorità.
Dietro langolo, altrimenti, cè la barbarie. In questi anni, in questi mesi tante e tanti di noi hanno accettato la sfida di costruire il Pd. Tanti e tante, invece, tra noi di Gayleft hanno scelto di andarsene. È la vita, è la politica. Questi sono tempi di scelte. Ma noi sappiamo quanto lesperienza del coordinamento degli omosessuali abbia inciso nella politica della sinistra, dei Ds, grazie al contributo di tutte e tutti i compagni e le compagne che nel territorio hanno lavorato sodo. Questo è il nostro patrimonio ed è patrimonio di tutti. Alcuni lo metteranno a disposizione della Sinistra Democratica, altri dentro la fase costituente del futuro Pd. Sapendo che la nostra è una battaglia comune, e più siamo ad incidere, anche in luoghi diversi, e più efficaci saremo.
La sfida che noi abbiamo scelto di raccogliere è quella del Partito Democratico. È una sfida difficile ed affascinante al tempo stesso: quella di contaminare quel progetto con la nostra cultura politica. Per arricchirlo.
E per far sì che quel partito possa essere affascinante almeno per una parte di quel popolo di persone che ha affollato il 16 giugno scorso le strade di Roma e Piazza San Giovanni in occasione del Gay Pride, chiedendo alla politica italiana più coraggio nelle battaglie per i diritti e protestando per la tante, troppe timidezze di questi mesi.

In queste settimane sta nascendo in Italia Gaydem, un movimento di gay, lesbiche e transessuali per il Partito Democratico. L'idea non è nuova: il primo a lanciarla fu Franco Grillini ad ottobre del 2006 nel Convegno di Orvieto. Si tratta di una sfida importante, perché costringe tutti quanti, noi per primi, a rimettersi in gioco in nome di un progetto inedito, con l'obiettivo di attrarre entusiasmi nuovi e al tempo stesso di non disperdere alcuna delle forze già in campo.
Gayleft intende aderire con forza e convinzione a questo nuovo progetto politico e intende farlo fin da subito, promuovendo in ognuna delle tante città italiane dove siamo presenti i comitati promotori di Gaydem. Lavoreremo per tenere assieme quanta più gente possibile in questo nuovo progetto provando a mettere da parte ogni tipo di personalismo. Per arrivare pronti a ottobre, quando, con lavvio del nuovo partito, parallelamente allo scioglimento dei Ds anche lesperienza di Gayleft terminerà, per dar vita ad un cantiere nuovo, più grande e più aperto al confronto, soprattutto con quante e quanti arrivano da percorsi politici diversi da chi, come noi, ha in questi anni vissuto la propria militanza allinterno dei Democratici di Sinistra. Anche perché Gaydem potrà funzionare solo se sapremo perseguire nei fatti il massimo di apertura.
Non ci nascondiamo le difficoltà che dovremo affrontare e sappiamo quanto sia concreto il rischio che negli equilibri del futuro partito continuino a prevalere i veti dei teo-dem su ogni battaglia di libertà. Ma sappiamo anche quanto Veltroni, nel suo discorso di mercoledì scorso, abbia segnato una svolta profonda, segnalando con preoccupazione il crescere dellomofobia nella nostra società e indicando in una legge che riconosca «anche in Italia, come hanno fatto tutte le altre grandi democrazie... i diritti delle persone che si amano e convivono» una delle priorità programmatiche del nuovo partito.
Non concordiamo con chi dice che si è trattato di un «discorso di buon senso» che merita poco più che la «sufficienza». Se certe scelte sono state indicate con quella chiarezza non è stato di certo casuale, ma è dovuto alla grande insofferenza che l'opinione pubblica laica di centrosinistra sta dimostrando da mesi rispetto alle incertezze di un governo claudicante ogni qualvolta si parla di diritti civili e di temi eticamente sensibili. È dovuto alla consapevolezza, che evidentemente Veltroni ha maturato, che quell'insofferenza meriti risposte chiare e che il nuovo Partito Democratico può, anzi deve essere lo strumento per costruirle quelle risposte. Naturalmente anche Veltroni, come tutti, andrà richiamato alla coerenza e al coraggio nei prossimi mesi, e bisognerà lavorare perché questa spinta di innovazione non si spenga presto di fronte all'insorgere di nuovi eventuali veti clericali.
È per questo, principalmente per questo che noi questa sfida la vogliamo raccogliere: essere di sostegno alla speranza e di pungolo alla coerenza. Se ce la faremo o meno, però, dipenderà soprattutto da quante e da quanti, soprattutto non omosessuali, sapranno raccoglierla assieme a noi combattendo insieme.

scritto da Sinistra Giovanile alle ore 16:07 trackback (0) commenta    leggi commenti (0)
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